La storia di Salvatore Riina — il boss più feroce e latitante della storia della mafia siciliana — raccontata senza retorica e senza romantismo. La serie ripercorre l'ascesa di Totò u Curtu dalle origini contadine di Corleone fino al dominio assoluto di Cosa Nostra, mostrando come la violenza non sia esplosione emotiva ma strategia fredda e sistematica. È un ritratto che disturba proprio perché non cerca di spiegare tutto.
La regia di Enzo Monteleone costruisce una Sicilia concreta, senza cartoline: la luce, i paesaggi, i ritmi della vita rurale fanno da contrappunto a una escalation di potere che si misura in corpi e silenzio. Claudio Gioè nella parte di Riina adulto offre una delle interpretazioni più misurate e inquietanti della serialità italiana di quel periodo — una recitazione fatta di sottrazione, sguardi, pause.
Con un voto IMDb di 8.5, la serie si è guadagnata una reputazione solida ben oltre i confini italiani, e resta uno dei lavori più rigorosi mai prodotti sulla mafia in televisione. Non cerca la spettacolarizzazione del crimine organizzato ma ne mostra la struttura, la logica interna, la brutalità come amministrazione del terrore.
Per chi vuole capire — non solo vedere — come un uomo sia diventato il simbolo di un potere che ha tenuto in ostaggio un paese per decenni, questa è la visione giusta.