Fellini osserva un gruppo di giovani della provincia romagnola in un momento di sospensione: troppo grandi per essere irresponsabili, troppo immaturi per costruire qualcosa. Non li giudica, li studia con una lucidità affettuosa che trasforma le loro scorribande notturne, i corteggiamenti maldestri e le fughe dal quotidiano in un ritratto universale della difficoltà di diventare adulti.
La fotografia in bianco e nero restituisce la dimensione claustrofobica della città di provincia, dove ogni movimento sembra un giro a vuoto e l'unica prospettiva è il mare che separa da altrove. Il cast convince perché nessuno fa caricature: Sordi, Fabrizi, Interlenghi e gli altri incarnano personaggi che esistono, ciascuno con la propria versione dello stesso disagio.
Candidato all'Oscar, il film ha aperto la strada al cinema italiano che racconta l'ordinario senza retorica. È uno di quei rari casi in cui la fine dell'adolescenza diventa materia di cinema onesto, capace di far sorridere e lasciare addosso una malinconia che non si dimentica facilmente.