James Gunn chiude la trilogia dei Guardiani con un film che osa dove il Marvel Cinematic Universe raramente si spinge: nell'emozione autentica. Questo terzo capitolo abbandona la formula del cinecomic spettacolare per concentrarsi su Rocket, trasformando il procione parlante in un personaggio tragico e profondamente umano. I flashback sulla sua origine — tra sperimentazioni crudeli e amicizie spezzate — costruiscono sequenze di rara intensità emotiva, sostenute da un Bradley Cooper che regala alla voce una fragilità inaspettata.
Gunn dimostra piena maturità autoriale: la regia bilancia azione coreografata con maestria (l'assalto in corridoio girato in piano sequenza è già iconico) e momenti di intimità che funzionano perché costruiti in tre film. Il villain interpretato da Chukwudi Iwuji incarna un delirio di onnipotenza scientifica inquietante nella sua banalità, mentre Dave Bautista regala a Drax una dolcezza inattesa.
Nominato all'Oscar per il trucco, il film vanta un design delle creature straordinario e una colonna sonora che stavolta non si limita al citazionismo nostalgico ma diventa commento emotivo. È un blockbuster che si concede il lusso della malinconia, che parla di famiglia trovata e perduta con una sincerità rara per il genere, e che chiude un arco narrativo rispettando i suoi personaggi fino all'ultimo fotogramma.