Todd Phillips prende un personaggio nato per i fumetti e lo rilegge come studio psicologico in una Gotham City che somiglia alla New York degli anni Settanta, sporca e indifferente. Il risultato è un dramma urbano che deve più a Taxi Driver e Re per una notte di Scorsese che all'universo dei supereroi, con una fotografia plumbea e una colonna sonora d'archi che sottolinea ogni crepa nella psiche del protagonista.
Joaquin Phoenix costruisce Arthur Fleck strato per strato: la risata nervosa che esplode contro la sua volontà, il corpo emaciato che si muove con una grazia inquietante, lo sguardo che passa dalla fragilità alla furia senza preavviso. È una performance fisica e mentale che gli è valsa l'Oscar come miglior attore, meritato per la precisione con cui tiene insieme un personaggio sull'orlo del collasso.
Il film ha vinto il Leone d'Oro a Venezia e ha diviso critica e pubblico proprio perché rifiuta le consolazioni del genere: niente eroi a salvare la situazione, solo una città che crea i mostri che merita. Non è un film sui cattivi, ma su come si diventa invisibili fino a quando non si è costretti a farsi vedere.