Il Babadook funziona perché Jennifer Kent costruisce l'orrore dal lutto, non dai jump scare. La discesa di Amelia — interpretata da Essie Davis con una tensione crescente che brucia lo schermo — non è solo paura di un'entità oscura, ma il crollo di una donna che non ha mai elaborato la perdita del marito. Kent sa che il vero terrore è domestico: le pareti grigie di una casa suburbana, l'urlo acuto di un bambino insonne, la stanchezza che diventa allucinazione.
La fotografia claustrofobica e i rumori fuori campo lavorano in tandem con il libro pop-up del Babadook — un oggetto di design inquietante che resta impresso. Non c'è CGI invasiva: la creatura è ombra, sibilo, presenza. Il film capisce che mostrare troppo uccide la paura, e lascia che sia la mente dello spettatore a riempire i vuoti.
Dietro la superficie horror c'è un ritratto spietato della maternità quando diventa insostenibile, del dolore che prende forma fisica. Non a caso il film ha raccolto riconoscimenti dalla critica internazionale, affermando Kent come una delle voci più originali del genere. È un horror che scava, che non ti lascia solo con la paura ma con domande scomode su cosa succede quando non puoi più fingere che vada tutto bene.