Xavier Dolan filma il rapporto esplosivo tra madre e figlio con un formato visivo che è già dichiarazione d'intenti: il quadro stretto in 1:1 ingabbia i corpi e le emozioni fino a soffocarle, poi si spalanca quando la vita trova spiragli. È un gesto di regia che traduce in forma pura il senso di claustrofobia e liberazione che attraversa la storia.
Anne Dorval e Antoine Olivier Pilon sono straordinari: lei volgare, tenera, disperata e fierissima; lui violento e fragile insieme, impossibile da giudicare. L'arrivo della vicina Kyla (Suzanne Clément) introduce un equilibrio precario, una famiglia improvvisata che regge finché può. Non c'è retorica: solo corpi che si scontrano, si abbracciano, si feriscono.
Il film ha vinto il Prix du Jury a Cannes dividendo la critica, ma convince proprio dove rischia di più: nell'uso della musica pop (Oasis, Dido, Lana Del Rey) come commento emotivo senza filtri, nella recitazione sopra le righe che non scivola mai nel falso. È un dramma che non chiede pietà ma pretende che tu stia lì, dentro quella cornice stretta, a sentire tutto.