Questo è cinema che fa dell'ostinazione la propria forza espressiva. Arthur Penn trasforma la storia vera di Helen Keller e della sua insegnante Annie Sullivan in un corpo a corpo emotivo e fisico, dove la comunicazione si conquista gesto dopo gesto, con una violenza che è insieme disperazione e speranza. Anne Bancroft, che aveva già interpretato il ruolo a Broadway, restituisce Annie Sullivan come un personaggio ruvido, testardo, mai pietistico: una donna segnata dalla propria cecità parziale che sa riconoscere nell'altra la stessa rabbia trattenuta.
La scena della colazione — dieci minuti di battaglia silenziosa tra Annie e Helen — è un pezzo di regia assoluto: nessun taglio, nessuna musica, solo due corpi che si misurano in uno spazio chiuso fino allo sfinimento. Penn non addolcisce mai, non cerca la commozione facile: mostra il lavoro brutale che sta dietro ogni piccola conquista, ogni parola strappata al buio. La fotografia in bianco e nero di Ernest Caparros enfatizza i contrasti, la clausura domestica, la luce che finalmente irrompe nel finale.
Due Oscar meritatissimi per Anne Bancroft e Patty Duke confermano l'intensità di interpretazioni che non concedono nulla al sentimentalismo. Un film che parla di ostacoli apparentemente insormontabili e della volontà feroce necessaria a superarli, senza retorica, solo con la verità nuda del conflitto e della trasformazione.