Julia Ducournau firma un body horror radicale che sfida ogni categoria: partendo da un trauma infantile e una relazione carnale con il metallo, il film attraversa violenza, metamorfosi e una paternità disperata senza mai cedere al facile. La regia orchestra questa materia estrema con rigore formale: ogni inquadratura è calibrata, la fotografia alterna neon freddi e intimità crude, il montaggio sa quando accelerare e quando lasciar respirare l'assurdo.
Vincent Lindon e l'esordiente Agathe Rousselle costruiscono una delle coppie più improbabili e necessarie del cinema recente — lui padre spezzato che cerca consolazione, lei corpo in fuga che cerca forma. La Ducournau lavora sul non detto: gesti, sguardi, silenzi dicono più di qualsiasi dialogo, e il film trova una tenerezza inaspettata proprio dove sembra impossibile.
Palma d'oro a Cannes 2021, Titane non è per tutti, ma è esattamente ciò che dovrebbe fare il cinema d'autore: portare lo spettatore dove non pensava di voler andare, lasciandolo scosso e trasformato. Un film che si incolla addosso e non ti abbandona.