Repulsion segna l'esordio inglese di Roman Polanski e inaugura quella che diventerà la sua celebre trilogia dell'appartamento: qui il regista trasforma un bilocale londinese in trappola psichica, dove ogni crepa nel muro e ogni rumore notturno diventano manifestazioni tangibili di un disfacimento mentale. La macchina da presa segue Catherine Deneuve con inquadrature claustrofobiche che annullano progressivamente ogni distanza di sicurezza, mentre il montaggio dilata il tempo fino a farlo coincidere con la percezione alterata della protagonista.
La Deneuve costruisce una delle interpretazioni più disturbanti del cinema degli anni Sessanta: volto angelico che nasconde abissi, sguardo perso che registra una realtà sempre più deformata. Polanski lavora sul contrasto tra la bellezza algida dell'attrice e l'orrore che scaturisce dalla sua solitudine: nessun effetto speciale, solo recitazione, fotografia in bianco e nero di Gilbert Taylor e un sound design che trasforma i rumori domestici in minaccia.
Premio della critica a Berlino 1965, il film ha riscritto le regole dell'horror psicologico: niente mostri esterni, solo la mente che si ribalta su se stessa. Oggi resta un modello di come si possa raccontare la follia senza spiegarla, lasciando che lo spettatore viva il crollo dall'interno.