Raoul Peck ricostruisce i cento giorni del genocidio ruandese del 1994 con il rigore di chi conosce l'Africa dall'interno e la lucidità di chi sa che il cinema può essere testimonianza senza retorica. La macchina da presa non cerca il sensazionalismo: segue le vittime, i carnefici, i testimoni occidentali impotenti, restituendo la complessità di una tragedia che l'Occidente ha preferito ignorare.
Idris Elba e un cast internazionale incarnano figure reali — funzionari ONU, sacerdoti, insegnanti — intrappolate tra l'urgenza morale e l'indifferenza delle istituzioni. Peck alterna il bianco e nero delle immagini d'archivio al colore della ricostruzione drammatica, creando un montaggio che ricorda costantemente: questo è accaduto davvero, sotto gli occhi del mondo.
Il film non offre consolazioni né eroi facili. Mostra l'orrore misurato, la burocrazia che paralizza, il coraggio insufficiente. È cinema politico nel senso più alto: quello che obbliga a guardare ciò che si vorrebbe dimenticare e a interrogarsi sul prezzo dell'indifferenza.