James Marsh costruisce un biopic che rifiuta l'agiografia: non racconta solo l'ascesa di un genio, ma il peso concreto che la malattia impone a un matrimonio. La forza del film sta nel restituire la complessità di un amore che regge, si trasforma e infine cede sotto la pressione di un corpo che si spegne e di una mente che conquista l'universo.
Eddie Redmayne vince l'Oscar per una performance che evita ogni retorica: la progressione fisica della SLA è studiata nei dettagli, mai esibita per commuovere. Felicity Jones tiene il passo, dando a Jane Wilde la dignità di chi sceglie, rinuncia e alla fine si concede il diritto di ricostruirsi. Benoît Delhomme firma una fotografia che alterna la luce dorata di Cambridge negli anni Sessanta al grigio domestico degli anni successivi, senza mai cedere al pittoresco.
Il film ha vinto un Oscar, due Golden Globe e un BAFTA, ma la sua riuscita non sta nei premi: sta nel modo in cui rende visibile il prezzo umano dietro il mito. Un racconto onesto su cosa significa amare qualcuno che il mondo celebra mentre tu ne sostieni il peso quotidiano.