Friedkin costruisce il terrore con rigore metodico: non cerca lo spavento facile, ma accumula inquietudine attraverso il dettaglio clinico, il suono (quella colonna sonora di Tubular Bells che diventa presenza ossessiva) e una fotografia che trasforma gli interni borghesi di Georgetown in spazi opprimenti. Il film affronta la possessione come fenomeno insieme medico, psicologico e metafisico, senza sbilanciarsi mai del tutto, lasciando che lo spettatore oscilli tra razionalità e abisso.
Ellen Burstyn e Linda Blair reggono il peso drammatico di una trasformazione che non è solo trucco prodigioso (ancora oggi impressionante) ma disperazione umana: una madre che perde la figlia, una bambina che scompare dentro qualcosa d'altro. Max von Sydow, pur comparendo tardi, incarna la stanchezza di chi conosce il male e sa che affrontarlo richiede sacrificio.
I due Oscar (miglior sonoro e migliore sceneggiatura non originale) certificano un impatto che va oltre l'horror: L'esorcista ha ridefinito il genere, portandolo fuori dall'exploitation e dentro il cinema d'autore. Resta un'esperienza che non si dimentica, dove il soprannaturale diventa strumento per interrogare fede, colpa e la fragilità del corpo.