Rose Glass costruisce il suo esordio come un ritratto claustrofobico che osserva l'ossessione religiosa dall'interno, senza giudicarla né ridurla a fenomeno da baraccone. Morfydd Clark interpreta Maud con una tensione fisica e psicologica che rende credibile ogni progressivo slittamento: il fervore diventa alienazione, la preghiera si confonde con l'allucinazione, e il film non ti dice mai dove finisce la fede e dove comincia la patologia.
La fotografia stringe gli spazi fino a soffocare, le luci domestiche diventano livide, e Glass dosare il disturbo senza cedere ai cliché del genere: niente jump scare gratuiti, solo un accumulo inesorabile di disagio. Jennifer Ehle, nel ruolo dell'ex ballerina in fin di vita, offre un contrappunto cinico e carnale che amplifica il conflitto interno di Maud, facendo del rapporto tra le due donne il vero motore emotivo del racconto.
Saint Maud ha vinto il British Independent Film Award per il miglior esordio e si è imposto come una delle voci più interessanti dell'horror britannico contemporaneo: non per gli effetti, ma per la capacità di trasformare l'intimità in terrore e di lasciare un'immagine finale che non si dimentica.