Martin Scorsese torna al grande affresco storico con una delle sue opere più controverse e necessarie: un'indagine spietata su uno dei capitoli più oscuri della storia americana, quando i nativi Osage dell'Oklahoma, diventati improvvisamente ricchi grazie al petrolio scoperto nelle loro terre, furono sistematicamente assassinati per appropriarsi delle loro fortune. Il regista rovescia ogni convenzione del western e del poliziesco, trasformando il genere in una riflessione sul colonialismo, la cupidigia e il tradimento più intimo.
La forza del film risiede nella scelta di raccontare non tanto l'indagine quanto la complicità: Leonardo DiCaprio interpreta Ernest Burkhart, l'uomo debole che tradisce la moglie Osage Mollie (una straordinaria Lily Gladstone, candidata all'Oscar) sotto l'influenza dello zio William Hale, magistralmente incarnato da Robert De Niro. È un triangolo dove l'amore si mescola al crimine in modo quasi insopportabile, e dove Scorsese indaga la banalità del male con la stessa precisione chirurgica usata per i suoi gangster.
Con una durata di oltre tre ore, il film respira con i tempi lenti della terra dell'Oklahoma e della cultura Osage, rispettata attraverso un lavoro di ricerca minuzioso. La fotografia di Rodrigo Prieto cattura paesaggi dove il sangue si mescola al petrolio, mentre la collaborazione con la Nazione Osage garantisce autenticità e dignità a una storia troppo a lungo dimenticata. Cinque nomination agli Oscar certificano un'opera che non cerca facili consolazioni ma ci costringe a guardare in faccia la violenza su cui si è costruita una nazione.