Il quarto capitolo porta il franchise a un livello visivo e coreografico inedito. Chad Stahelski, già coordinatore di stunt, dimostra una maturità registrativa rara nell'action contemporaneo: le sequenze di combattimento diventano balletti mortali orchestrati con precisione millimetrica, ma è nella composizione del quadro che emerge la vera ambizione. La scena intorno all'Arco di Trionfo e il duello all'alba su scalinate parigine mostrano un cinema d'azione pensato come pittura in movimento.
Keanu Reeves, sempre più asciutto e fisico, ancora una volta esegue gran parte delle sue acrobazie. Il risultato è una presenza credibile, quasi silenziosa, che comunica attraverso il corpo più che con le battute. Intorno a lui, un cast internazionale che include Donnie Yen in un ruolo che omaggia il cinema hongkonghese classico, mentre Lance Reddick — in una delle sue ultime apparizioni — conferma la solidità di un universo narrativo costruito film dopo film.
Con quasi tre ore di durata, il film sfida le convenzioni del genere senza cedere alla ripetizione. Ogni scontro ha una geografia visiva chiara, ogni location un'identità. È action spettacolare che non rinuncia all'eleganza formale, costruito per chi cerca nel cinema di genere anche rigore stilistico.