Kubrick sceglie di raccontare il Vietnam attraverso una frattura: prima l'addestramento che spezza e ricostruisce l'uomo, poi il conflitto che ne rivela il vuoto. La prima metà, ambientata a Parris Island, è un crescendo claustrofobico dove R. Lee Ermey – sergente istruttore vero, poi attore – trasforma l'insulto in liturgia e la caserma in teatro dell'assurdo. Vincent D'Onofrio compone una delle discese più dolorose del cinema americano, mentre Matthew Modine regge il peso di uno sguardo che non può più essere neutrale.
La seconda parte abbandona la simmetria per il caos: Hue durante l'offensiva del Tet, macerie, cecchini, una guerra che Kubrick filma senza eroismo né retorica. La fotografia di Douglas Milsome alterna il verde acido della giungla al grigio delle rovine urbane; ogni inquadratura è costruita con la precisione geometrica che è firma d'autore, eppure restituisce un senso di precarietà totale.
Nominato all'Oscar per la sceneggiatura, il film divide ancora: c'è chi vi legge una rottura narrativa, chi una necessità strutturale. Quel che resta è un dittico sul linguaggio – militare, giornalistico, umano – e su come la violenza lo corroda dall'interno, fino a lasciare solo echi vuoti e una ninna nanna stonata tra le fiamme.