Fantozzi segna la nascita di uno degli archetipi più feroci della commedia italiana: il ragioniere eternamente umiliato che trasforma la mediocrità quotidiana in tragi-commedia esistenziale. Paolo Villaggio costruisce un personaggio tanto grottesco quanto universale, capace di incarnare la frustrazione del lavoro d'ufficio, l'ingiustizia dei rapporti gerarchici e l'assurdo delle convenzioni sociali con una precisione feroce.
Luciano Salce orchestra una serie di episodi apparentemente slegati che compongono il ritratto spietato di un'Italia dove sopravvivere significa accettare soprusi, ridicolo e indifferenza. La struttura a sketch permette di moltiplicare le situazioni umilianti senza mai cadere nella ripetizione: ogni sequenza è un piccolo incubo sociale perfettamente calibrato. La fotografia sottolinea il grigiore opprimente degli ambienti, mentre i tempi comici restano calibrati con precisione chirurgica.
Il film diventa così più di una semplice commedia: è un documento antropologico che ha influenzato generazioni di spettatori italiani, creando un lessico condiviso fatto di espressioni e situazioni entrate nell'immaginario collettivo. Guardarlo significa incontrare l'origine di un fenomeno culturale che ha ridefinito il modo in cui l'Italia ride di se stessa.