Il secondo lungometraggio di Yorgos Lanthimos, candidato all'Oscar come miglior film straniero, è un'esperienza straniante che rivela fin dai primi minuti la cifra stilistica del regista greco: inquadrature fisse, simmetria ossessiva, violenza sotto la superficie della normalità. La fotografia di Thimios Bakatakis trasforma una villa borghese in un teatro dell'assurdo dove il linguaggio stesso è riformattato per perpetuare il controllo.
Il cast, composto da attori poco noti all'epoca, rende con precisione chirurgica la coreografia emotiva dei personaggi: i tre figli adulti si muovono con la rigidità di automi, mentre Christos Stergioglou interpreta il padre con un distacco che rende credibile l'incredibile. Lanthimos costruisce ogni scena come un esperimento comportamentale, lasciando allo spettatore il compito di tracciare le linee tra metafora e critica sociale.
Ciò che rende Dogtooth necessario non è solo la sua radiografia del totalitarismo domestico, ma il modo in cui usa il grottesco per porre domande scomode su famiglia, educazione e libertà. Un film che divide, che disturba, che resta impresso come pochi altri del cinema contemporaneo.