Evan Peters consegna una performance che ha giustamente vinto un Golden Globe: il suo Jeffrey Dahmer non è un mostro da cartone, ma un uomo la cui banalità quotidiana rende tutto ancora più agghiacciante. La serie non trasforma mai il serial killer in antieroe — al contrario, sposta costantemente il punto di vista sulle vittime, sulle loro famiglie e su un sistema che per anni ha ignorato segnali evidenti, soprattutto quando le vittime erano giovani uomini di colore.
La regia, affidata a nomi come Gregg Araki e Paris Barclay, evita sia il sensazionalismo da cronaca nera sia l'estetica compiaciuta del true crime. La fotografia sceglie tonalità fredde e sgranate che richiamano la Milwaukee degli anni Ottanta e Novanta, mentre il montaggio privilegia tempi lunghi, silenzi e dettagli quotidiani che costruiscono un disagio crescente senza ricorrere allo shock gratuito.
Con un BAFTA Award e riconoscimenti diffusi, la serie ha ridefinito il genere biografico criminale: non è uno spettacolo sul serial killer, ma un ritratto corale sul fallimento istituzionale, il razzismo sistemico e le vite spezzate. Vale la pena guardarla per capire come si possa raccontare il male senza glorificarlo, restituendo dignità a chi è stato dimenticato.