Little Miss Sunshine ribalta ogni convenzione del road movie familiare trasformando un viaggio verso una gara di bellezza per bambine in un ritratto corale di fragilità e resistenza. Ogni personaggio porta il peso di un fallimento — lo studioso di Proust rifiutato, il guru motivazionale che non convince nessuno, l'adolescente nichilista che sogna di volare, il nonno cacciato dalla casa di riposo — eppure insieme formano un sistema che regge, goffo ma tenace.
La regia di Dayton e Faris sceglie la naturalezza: niente effetti speciali emotivi, solo inquadrature pazienti che lasciano emergere l'assurdo dal quotidiano. Alan Arkin, che vinse l'Oscar per questo ruolo, costruisce un nonno scorretto e tenerissimo senza mai scadere nella macchietta. Abigail Breslin regge la scena con una presenza che non finge ingenuità: Olive crede davvero nel suo sogno, e questo basta a rendere tutto credibile.
Il film vinse anche l'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, e si capisce: ogni battuta lavora su due piani, quello comico e quello del disagio autentico. La sequenza finale del concorso è un concentrato di imbarazzo liberatorio che non dimentichi. Vale la pena vederlo perché dimostra che si può raccontare il fallimento senza cinismo, e che a volte perdere insieme è l'unica vittoria possibile.