Il duello tra Richard Burton e Peter O'Toole è uno degli scontri attoriali più intensi del cinema degli anni Sessanta: due giganti al culmine della forma, che trasformano un confronto politico-religioso in un dramma intimo sulla fedeltà tradita. Burton costruisce un Becket di rigore e silenzio eloquente, mentre O'Toole esplode in collere regali e fragilità infantili — ogni scena tra loro è una partita a scacchi verbale che tiene lo schermo in tensione.
Peter Glenville traduce per il cinema il testo teatrale di Jean Anouilh senza snaturarlo: privilegia la parola, il dialogo serrato, la densità dei silenzi. La fotografia di Geoffrey Unsworth (poi oscarizzato per Cabaret) veste il Medioevo di grigi pietra e ori cupi, lontano da qualsiasi oleografia. Il film ha vinto un Oscar e collezionato premi tra Golden Globes e BAFTA, riconoscimenti che certificano il peso di un'opera costruita sull'intelligenza del testo e sulla maestria degli interpreti.
È un film che chiede attenzione e restituisce complessità: un ritratto del potere, dell'amicizia e del prezzo dell'integrità morale, raccontato con la precisione di chi sa che il grande cinema può nascere anche da una stanza, due uomini e un conflitto irrisolubile.