Germi torna in Sicilia dopo Divorzio all'italiana e scava ancora più a fondo nell'ossessione dell'onore patriarcale, questa volta con una brutalità comica che lascia senza fiato. La vicenda di Agnese — quindicenne incinta del fidanzato della sorella, ostaggio di un padre che vuole salvare la reputazione familiare a ogni costo — si trasforma in un grottesco meccanismo sociale dove nessuno si chiede cosa voglia davvero lei.
La messa in scena è chirurgica: la fotografia di Aiace Parolin squadra i volti e i vicoli come in un tribunale morale, mentre il montaggio trasforma le scene di famiglia in trappole senza via d'uscita. Saro Urzì, monumentale nel ruolo del padre, recita l'ipocrisia e la rabbia con una precisione che fa male; Stefania Sandrelli — appena diciassettenne — costruisce un personaggio che è vittima e testimone lucido allo stesso tempo.
Il film vinse il Grand Prix della giuria a Cannes nel 1964 e divenne manifesto di un'Italia che ancora si dibatteva tra modernità e codici feudali. Germi non giudica dall'esterno: mette in scena la farsa dall'interno, con una rabbia civile mascherata da commedia nera. Guardarlo oggi significa vedere quanto quell'onore costasse, e a chi.