Tarkovsky costruisce qui un cinema di pura contemplazione, dove ogni inquadratura diventa architettura emotiva. La fotografia di Giuseppe Lanci trasforma le Terme di Bagno Vignoni e la campagna toscana in paesaggi interiori sospesi tra nebbia e luce radente, dove il tempo sembra cristallizzarsi.
Il film procede per accumulo di sensazioni più che per narrazione tradizionale: i lunghi piani sequenza, i movimenti di macchina quasi impercettibili, il montaggio che segue logiche oniriche creano un'esperienza ipnotica. Oleg Yankovskiy interpreta il poeta Gorchakov con una malinconia fisica, mentre Erland Josephson regala al folle Domenico una dignità visionaria che rende indimenticabile ogni sua apparizione.
Premio per la miglior regia a Cannes, il film segna anche la rottura definitiva di Tarkovsky con l'Unione Sovietica: l'esilio dell'autore si riflette nell'esilio esistenziale del protagonista. È cinema che richiede abbandono totale allo sguardo del regista, ma ricompensa con immagini che restano impresse come echi di un sogno già sognato.