John Woo porta nel franchise la sua firma inconfondibile: colombe in volo, slow motion coreografato, scontri faccia a faccia che sembrano danze mortali. Il regista di Hong Kong trasforma Ethan Hunt in un eroe quasi mistico, sospeso tra acrobazie motociclistiche impossibili e duelli che sfidano la fisica. È il capitolo più stilizzato della serie, quello che sacrifica senza vergogna il realismo sull'altare dello spettacolo puro.
Tom Cruise è al culmine del suo carisma fisico: si arrampica a mani nude, cavalca in controluce, indossa occhiali da sole anche quando non servono. Thandiwe Newton aggiunge una complessità emotiva rara per il genere, mentre Dougray Scott costruisce un villain tradizionale ma efficace. La fotografia di Jeffrey Kimball bagna Sydney di tramonti arancioni e controluce che sembrano usciti da un video musicale dei tardi anni Novanta.
Il film divide: c'è chi lo considera l'anello debole della saga e chi ne apprezza proprio l'eccesso barocco, così distante dal realismo tattico degli altri capitoli. Funziona come documento di una stagione action specifica, quando Hollywood sperimentava con maestri del cinema d'azione orientale. Vederlo significa assistere al momento in cui Mission: Impossible ha osato diventare qualcos'altro, prima di ritrovare la sua identità.