Rian Johnson costruisce un noir fantascientifico che trasforma l'idea del viaggio nel tempo in un duello morale tra due versioni dello stesso uomo. Il film regge perché non si perde in spiegazioni tecniche: il paradosso temporale è solo l'innesco di un confronto brutale su scelte, rimorsi e possibilità di redenzione.
La sceneggiatura gioca d'astuzia: invece di limitarsi all'inseguimento, sposta il fuoco su una fattoria isolata dove Emily Blunt e un bambino dal potere inquietante costringono il protagonista giovane a ridefinire le proprie priorità. Il film cambia registro senza tradirsi, dalla violenza urbana dell'incipit a una tensione domestica quasi western.
Joseph Gordon-Levitt lavora sotto una protesi facciale studiata per avvicinarlo ai tratti di Bruce Willis, eppure costruisce un personaggio autonomo, cinico e vulnerabile. Willis risponde con la stanchezza rabbiosa di chi ha già perso troppo. La fotografia di Steve Yedlin scolpisce un futuro sporco e plausibile: niente utopie cromate, solo degrado urbano e campagne dimenticate.
Un film che usa la fantascienza per interrogare la violenza, il destino e il peso delle conseguenze, chiudendo con una scelta che non concede vie d'uscita facili.