Pavel Lungin confeziona un ritratto spirituale di rara intensità, ambientato in un monastero sperduto nel Nord della Russia dove un monaco dal comportamento incomprensibile divide la comunità tra sconcerto e venerazione. Il film evita ogni retorica agiografica: la santità, se di questo si tratta, emerge attraverso gesti bizzarri, apparenti follie, una presenza che disturba prima di consolare.
Pyotr Mamonov regala una prova magnetica, costruendo un personaggio che sfugge a ogni comoda categorizzazione: né santo da cartolina né asceta rassicurante, ma figura aspra, contraddittoria, capace di guarire e sconcertare nello stesso istante. La fotografia sfrutta la luce fredda del Nord per restituire un paesaggio dove il sacro si manifesta nel quotidiano più umile, tra legno, pietra e silenzio.
Con un ritmo contemplativo ma mai inerte, L'isola interroga fede, colpa e redenzione senza offrire risposte facili. Un cinema che chiede tempo e attenzione, ripagando con immagini e suggestioni che restano impresse ben oltre i titoli di coda.