Vienna nel 1945 è una città spettrale, divisa in quattro zone d'occupazione e sepolta nelle macerie morali della guerra. Carol Reed la trasforma in un labirinto di ombre inclinate, fogne monumentali e inquadrature sghembe che ribaltano ogni certezza. La fotografia espressionista di Robert Krasker — che valse un Oscar — costruisce un universo visivo in cui la verità si nasconde sempre dietro l'angolo sbagliato, e la celebre scena nelle fogne della città vecchia resta una delle sequenze più tese e iconiche del cinema noir.
Orson Welles appare per pochi minuti ma domina il film: il suo Harry Lime è un diavolo affascinante, capace di giustificare qualunque infamia con un sorriso e una battuta sulla Svizzera e gli orologi a cucù. Joseph Cotten regge il peso della narrazione come l'ingenuo americano che scopre troppo tardi cosa significhi l'amicizia quando i principi crollano insieme agli edifici. La colonna sonora a cetra di Anton Karas — assolutamente unica — accompagna ogni scena con un tono tra il malinconico e il grottesco, come una ninna nanna per un mondo che ha smesso di credere negli eroi.
Vincitore della Palma d'oro a Cannes e inserito in tutte le liste dei capolavori del dopoguerra, Il terzo uomo è il film che ha insegnato al thriller a pensare in diagonale: ogni immagine, ogni battuta, ogni silenzio lavora per dirti che dopo certe guerre nessuno è davvero innocente.