Poche figure del cinema recente sono rimaste impresse come Miranda Priestly: Meryl Streep costruisce il personaggio quasi senza alzare la voce, affidando tutto a pause calibrate, sguardi obliqui e un sussurro che vale più di qualsiasi urlo. È una performance di sottrazione che ha fatto scuola, e da sola giustifica la visione.
David Frankel gestisce il materiale con mano leggera ma sicura: non cade nella satira facile né nel racconto moraleggiante. New York è fotografata con un senso dello spazio e del ritmo che accompagna la trasformazione della protagonista senza sottolinearla troppo. Anne Hathaway tiene il campo con credibilità, e Emily Blunt — in un ruolo di supporto — ruba ogni scena in cui compare.
Il film ha ricevuto due nomination agli Oscar e ha accumulato oltre venti riconoscimenti internazionali, ma il dato più interessante è la sua tenuta nel tempo: continua a essere discusso come caso di studio sulla rappresentazione del potere femminile, sull'ambizione e sul prezzo del successo professionale.
Quello che resta dopo i titoli di coda non è la moda, ma la domanda su quanto siamo disposti a cedere di noi stessi per arrivare dove vogliamo. Vale la pena sedersi e guardare come il film ponga quella domanda senza risponderla al posto dello spettatore.