Bertolucci firma uno dei vertici estetici del cinema italiano, un affresco visivo in cui la camera si muove con la fluidità di un predatore e ogni inquadratura sembra un quadro a colori progettato per riflettere le nevrosi del protagonista. La fotografia di Vittorio Storaro trasforma la luce in elemento narrativo: ombre nette, ambienti geometrici, tonalità che virano dal bianco clinico al seppia della memoria, dal blu dell'alienazione ai bagliori dorati di Parigi.
Jean-Louis Trintignant interpreta Marcello Clerici con una freddezza che è maschera di fragilità: un uomo che aderisce al fascismo non per convinzione, ma per desiderio disperato di normalità, per seppellire un segreto d'infanzia. Il film smonta l'idea dell'adesione ideologica come scelta razionale, mostrandola come fuga dalla propria identità. Bertolucci intreccia presente e passato senza didascalie, affidandosi al montaggio e alla mise en scène per rivelare il labirinto interiore di chi sceglie di conformarsi.
Candidata all'Oscar e consacrata dalla critica internazionale, l'opera ha influenzato generazioni di registi per il modo in cui traduce lo stato psicologico in forma visiva. Resta una delle analisi più acute e spietate sul legame tra repressione personale e fascismo, raccontata attraverso un linguaggio cinematografico che non invecchia.