Francesco Rosi trasforma il memoir di Carlo Levi in un affresco visivo e antropologico che documenta un'Italia contadina e arcaica, lontana dalla retorica fascista quanto dalla modernità. Gian Maria Volontè interpreta l'intellettuale confinato con una quieta intensità: il suo sguardo che si apre progressivamente alla dignità e alla sapienza dei contadini lucani è il cuore pulsante del film.
La fotografia di Pasqualino De Santis cattura la luce aspra e la terra bruciata della Basilicata, restituendo un mondo fermo nel tempo dove la miseria convive con una bellezza ancestrale. Rosi rifiuta ogni folklore: ogni volto, ogni gesto è osservato con rispetto e precisione documentaria, senza mai scivolare nel paternalismo.
Premiato con il BAFTA, il film è un'opera che unisce impegno civile e raffinatezza formale, testimonianza di un cinema che sa guardare la storia dal basso senza perdere rigore. Un viaggio nel Sud profondo che rivela l'intelligenza di un popolo dimenticato, raccontato con la pazienza e la cura di chi sa ascoltare.