I Russo portano nel Marvel Cinematic Universe l'ossatura del thriller politico anni Settanta, citando apertamente "I tre giorni del Condor" non solo con la presenza di Robert Redford ma con un'intera grammatica visiva: inseguimenti urbani sporchi, atmosfere paranoiche, istituzioni infiltrate. Il risultato è un cinecomic che funziona innanzitutto come spy-story, dove l'azione coreografata da mani esperte (la sequenza nell'ascensore è già antologia) serve una trama di tradimenti e doppiogiochi credibile.
Chris Evans trova qui la dimensione più adulta di Steve Rogers, costretto a scoprire che gli eroi del suo tempo avrebbero considerato tradimento ciò che oggi passa per sicurezza nazionale. La fotografia di Trent Opaloch privilegia luci naturali e tonalità desaturate che allontanano il film dall'estetica fumettistica verso un realismo quasi documentaristico.
Nominato all'Oscar per il montaggio, il film tiene il ritmo serrato senza cedere al caos: ogni scazzottata, ogni rivelazione ha peso. Redford presta al villain una credibilità istituzionale rara per il genere, mentre Johansson e Mackie completano un cast che tratta la materia supereroistica con la serietà di un film di spionaggio vero. Vedere Captain America diventare un fuorilegge braccato dal sistema che dovrebbe difendere resta una delle svolte più riuscite dell'intero MCU.