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“Till the last man...”
La disfatta della 6ª Armata vista dall'interno: fango, gelo e il momento esatto in cui tre soldati scelgono di smettere di obbedire.
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Cerca dove vederloNel 1942 la 6ª Armata tedesca, accerchiata dai russi, sta per crollare a Stalingrado. Per un gesto di insubordinazione un gruppo di soldati rischia la corte marziale e, intanto, è destinato a missioni pericolose. Quando sono costretti a fucilare civili russi, tra cui un bambino, in tre di loro nasce la voglia di disertare. Quello di Vilsmaier _ anche sceneggiatore, scenografo e produttore associato _ è un film contro la guerra, contro quella guerra e contro il modo con cui fu fatta dai tedeschi. Non dice nulla di nuovo, ma lo dice bene, con un robusto mestiere narrativo, in modi attendibili, senza indugi compiaciuti sulla violenza ferina dell'inferno che rappresenta. E con due o tre momenti di dolente drammaticità, tra cui il finale.
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Dominique HorwitzCorporal Fritz Reiser
Thomas KretschmannLieutenant Hans von Witzland
Jochen NickelSergeant Manfred 'Rollo' Rohleder
Sebastian RudolphGeGe Müller
Dana VávrováIrina
Martin BenrathGeneral Hentz
Sylvester GrothOtto
Karel HeřmánekCaptain Herman Musk
Heinz EmigholzEdgar Emigholz
Oliver BroumisHGM
Dieter OkrasCaptain Haller
Zdeněk VenclWölk
Mark KuhnSergeant Pfluger
Pavel MangKolja
Oto ŠevčíkMajor Kock
Jophi RiesSchröderStalingrad affronta uno degli episodi più devastanti del secondo conflitto mondiale scegliendo una prospettiva scomoda: quella dei soldati tedeschi. Non per giustificare, ma per mostrare come la macchina della guerra tritura gli uomini indipendentemente dalla divisa. Vilsmaier — che oltre a dirigere ha curato sceneggiatura, scenografia e produzione — costruisce un film dove la responsabilità morale non scompare, ma si staglia su uno sfondo di gelo, stanchezza e abbandono istituzionale.
La ricostruzione visiva è il punto di forza più immediato: le trincee, il freddo che segna i corpi, la città ridotta a scheletro di macerie sono resi con una credibilità fisica raramente raggiunta nel cinema di guerra europeo dell'epoca. La macchina da presa non cerca l'estetizzazione della violenza, preferisce il dettaglio opaco e quotidiano dell'inferno — e proprio per questo certi momenti restano impressi.
Il cast, con Thomas Kretschmann in uno dei ruoli che ne avrebbero definito la carriera, lavora su personaggi che si trasformano sotto pressione: la diserzione non arriva come atto eroico ma come punto di rottura lento e inevitabile. La scena della fucilazione dei civili, con il bambino, è il crinale narrativo ed etico del film — il momento in cui l'obbedienza smette di essere un'opzione sostenibile.
Non riscrive la storia né propone tesi originali, ma le traduce in cinema con mestiere solido e senza cedimenti al sensazionalismo. Il finale, in particolare, ha una qualità dolente che pochi film di guerra riescono a raggiungere senza scadere nella retorica.
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