Boris non è solo una serie sulla tv che fa cattiva tv: è un affresco spietato e geniale del lavoro creativo quando è costretto a scendere a patti con budget risicati, clienti ignoranti e l'assurdo quotidiano di un set. Scritta da Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, la serie costruisce un ecosistema comico perfetto, dove ogni personaggio — dal regista cinico René Ferretti all'attrice nevrotica Stanis La Rochelle, dall'autore frustrato Alessandro ai macchinisti disincantati — ha una voce riconoscibile e battute che sono entrate nel linguaggio comune.
La forza sta nel ritmo serrato, nella scrittura che non concede un grammo di grasso, nella capacità di trasformare un ciak sbagliato o una scena trash in metafora universale del compromesso. La regia low profile valorizza i dialoghi e i tempi comici senza mai cedere alla tentazione della risata facile: Boris è comedy intelligente che non si prende sul serio ma prende serissimo il proprio mestiere.
Con un cast in stato di grazia — Francesco Pannofino straordinario nei panni di René — e un 8.5 su IMDb che ne certifica lo status di culto, Boris è una lezione di scrittura, un ritratto impietoso del mondo del lavoro e una fonte inesauribile di citazioni. Guardarlo significa capire perché, anche a distanza di anni, nessuno in Italia è riuscito afare una comedy così affilata.