Con La sirenetta, Disney non ha semplicemente adattato Andersen: ha rilanciato l'animazione americana dopo decenni di incertezza. Ron Clements e John Musker restituiscono al musical animato la sua energia primordiale, affidandosi a Howard Ashman e Alan Menken per partiture che tengono insieme Broadway e cartoon con una naturalezza che sembrava perduta. Le canzoni non sono intermezzi: sono struttura narrativa, da "Part of Your World" che cristallizza il desiderio di Ariel in tre minuti e mezzo, a "Under the Sea" che vince l'Oscar trasformando il fondale in un teatro di proscenio.
La tecnica è ibrida nel senso migliore: animazione tradizionale per i personaggi, primi esperimenti digitali per le bolle e gli effetti subacquei, una palette cromatica che sfrutta il verde-azzurro degli abissi senza mai scadere nel tetro. Ursula, disegnata su Divine e doppiata da Pat Carroll con un gusto camp irresistibile, è una delle grandi villain Disney proprio perché non è solo cattiva: è teatrale, manipolatrice, consapevole del proprio potere.
Il film vince due Oscar (miglior colonna sonora e canzone originale) e segna l'inizio del cosiddetto Rinascimento Disney. A trentacinque anni di distanza resta un esempio di come si costruisce un classico: con mestiere, coraggio formale e la convinzione che il pubblico, anche il più giovane, meriti storie che non abbassino la voce.