Asghar Farhadi costruisce un dramma familiare che diventa presto un labirinto morale senza vie d'uscita. Da una crisi matrimoniale — lei vuole emigrare, lui deve restare per il padre malato — si innesca una catena di eventi che coinvolge due famiglie, una badante, un incidente domestico e poi tribunali, bugie, giuramenti. Ogni personaggio ha le sue ragioni, nessuno è il cattivo: Farhadi non giudica, osserva come la pressione sociale, religiosa ed economica dell'Iran contemporaneo stringa le scelte fino a renderle impossibili.
La regia è chirurgica: niente musica, niente effetti, solo corpi in spazi angusti e dialoghi che esplodono. Leila Hatami e Payman Maadi incarnano una coppia dilaniata con un realismo che non concede nulla al melodramma; Sareh Bayat, nei panni della badante, regge un personaggio schiacciato tra devozione e paura.
Il film ha vinto l'Oscar come Miglior Film Straniero e l'Orso d'Oro a Berlino, consacrando Farhadi come maestro del cinema civile. Non è un film sulla giustizia: è un film su come la verità, in certi contesti, si frantumi in mille pezzi e ognuno ne tenga uno in mano, convinto sia l'unico.