Con il quarto capitolo la saga di Potter cambia registro: Mike Newell porta al franchise un'inquietudine nuova, meno favolistica e più radicata nel corpo. I ragazzi sono adolescenti veri, con le loro goffaggini e i primi tremori sentimentali, e il film non li protegge più: il torneo è fatto di prove fisiche brutali, di draghi che sputano fiamme vere, di acque gelide che soffocano.
La fotografia di Roger Pratt abbandona i toni dorati delle origini per palette più scure, quasi gotiche; la scelta di affidare la regia a un autore britannico di formazione teatrale e narrativa (non di effetti speciali) si sente: le scene corali — il ballo, la selezione dei campioni — hanno peso drammatico, non solo spettacolo. La tensione cresce lentamente, ma quando esplode lo fa con violenza: il cimitero finale resta una delle sequenze più angoscianti della saga.
Nominato all'Oscar per la fotografia, il film segna la vera maturazione della serie: da qui in poi nulla sarà più al sicuro, nemmeno i personaggi che amiamo. È il momento in cui Harry Potter smette di essere una fiaba e diventa racconto di formazione attraverso il lutto.