Wolfgang Petersen trasforma un sottomarino in una camera di tortura psicologica e U-Boot 96 in uno dei film bellici più claustrofobici e onesti mai realizzati. La macchina da presa segue l'equipaggio in ogni angolo angusto, tra lamiere sudate e siluri che pendono sulle teste, senza mai offrire respiro. Jürgen Prochnow incarna un capitano logorato dall'assurdità della guerra, mentre Herbert Grönemeyer porta sullo schermo la progressiva disillusione di chi credeva nella propaganda e scopre solo terrore e cinismo.
La regia di Petersen è un capolavoro di tensione sostenuta: niente retorica eroica, solo la meccanica spietata del conflitto e uomini intrappolati in un tubo d'acciaio che affonda. Le sei nomination all'Oscar confermano il rigore tecnico, dalla fotografia cupa al sound design che fa vibrare ogni vite allentata, ogni goccia d'acqua che filtra sotto pressione.
È un film che non prende posizione facile: mostra soldati tedeschi senza giustificarli né demonizzarli, restituendo l'umanità fragile di chi esegue ordini mentre la macchina bellica li divora. Tre ore e mezza (nella versione integrale) che non cedono mai, tenendo lo spettatore in apnea esattamente come l'equipaggio in immersione.