Melville trasforma il polar francese in un balletto mortale dove nessuno dice la verità fino all'ultimo fotogramma. Il film costruisce un labirinto di tradimenti e doppi giochi in cui ogni personaggio può essere sia vittima che delitto, e la lealtà si rivela il lusso più pericoloso nel sottobosco parigino del crimine. Belmondo e Reggiani incarnano due facce della stessa medaglia: il primo impulsivo e vulnerabile, il secondo glaciale e impenetrabile, entrambi intrappolati in un codice d'onore che li condanna.
La regia di Melville lavora per sottrazione: dialoghi asciutti, silenzi carichi di minaccia, una fotografia che scolpisce volti e ombre come in un noir americano trapiantato nelle banlieue francesi. La celebre sequenza dell'interrogatorio e quella della rapina notturna mostrano un controllo formale totale, dove ogni inquadratura dice più di qualsiasi spiegazione.
Lo spione inaugura la stagione d'oro del cinema gangsteristico di Melville e fissa i canoni di un genere: uomini soli in trench e cappello, fedeltà impossibili, violenza improvvisa. Un meccanismo narrativo spietato che non concede certezze fino all'ultima, devastante rivelazione.