Shawn Levy orchestra con mestiere un incrocio impossibile: quello tra l'anarchia irriverente di Deadpool e l'universo cronologico del MCU, trasformando vincoli narrativi in combustibile comico. Ryan Reynolds e Hugh Jackman costruiscono una chimica fatta di insulti, nostalgia e affinità inaspettata — il secondo ritrova la brutalità fisica del personaggio che lo ha definito, il primo sfrutta ogni frattura della quarta parete per commentare Hollywood, i cinecomic e se stesso.
La sceneggiatura gioca d'anticipo sulle obiezioni del pubblico: ogni assurdità del multiverso Marvel viene sbeffeggiata prima che tu possa farlo, ogni cameo è consapevole del proprio peso sentimentale. Emma Corrin e Matthew Macfadyen aggiungono spessore a un impianto che potrebbe crollare sotto il proprio cinismo, mentre la fotografia di George Richmond bilancia violenza coreografica e palette vivaci senza scadere nel caos visivo.
Il film sa cosa vuole essere: un commiato ironico per una versione degli X-Men, un ponte tra ere produttive diverse, un concentrato di meta-riferimenti che funziona perché non dimentica mai l'azione e il ritmo. Chi conosce vent'anni di cinecomic trova ricompense a ogni angolo; chi cerca solo intrattenimento muscolare e battute al fulmicotone esce ugualmente soddisfatto.