Predator ribalta la formula del film d'azione trasformandola in caccia al contrario. John McTiernan dirige con rara intelligenza visiva: la giungla diventa un labirinto claustrofobico dove muscoli e mitragliatrici servono a poco contro un nemico invisibile. La fotografia di Donald McAlpine sfrutta la luce tropicale per costruire un'atmosfera di crescente paranoia, mentre il montaggio passa dal ritmo da commando movie all'horror puro senza strappi.
Arnold Schwarzenegger offre una delle sue prove più sfumate, trasformando l'icona action in uomo braccato che deve reinventare le regole del combattimento. Il cast di veterani – da Carl Weathers a Bill Duke, fino a Jesse Ventura – costruisce una squadra credibile prima di essere decimata con spietata logica narrativa. Il design del Predator, firmato da Stan Winston, ha definito uno standard per gli alieni cinematografici: minaccioso senza essere mostruoso, tecnologico eppure primitivo.
Candidato all'Oscar per gli effetti visivi, il film ha generato un franchise ma resta ineguagliato per equilibrio tra generi. McTiernan non concede pause retoriche: ogni inquadratura costruisce tensione, ogni dialogo serve all'azione. Trentacinque anni dopo, Predator è ancora il metro di paragone per chiunque voglia mescolare fantascienza e thriller d'azione senza tradire né l'una né l'altro.